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Rappresentanza, una legge per chi?

24 Marzo 2015
in L'EDITORIALE
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L’EDITORIALE
Rappresentanza, una legge per chi?
di Stefano Mantegazza

Di legge sulla rappresentanza sindacale si discute e si litiga da decenni, fin da quando, a Costituzione Repubblicana appena entrata in vigore, si discusse e si litigò sul tradurre o meno in legge dello Stato il suo art. 39 (che, oltre a garantire la libertà di associarsi in sindacato, tratta anche della rappresentatività dei sindacati e fissa le condizioni alle quali possono stipulare contratti collettivi generalmente efficaci) ma, alla fine, si decise di non farne nulla.

Negli anni successivi, questo vuoto costituzionale è stato progressivamente colmato dalle libere decisioni e dalle autonome pattuizioni delle parti sociali che, con buon senso e pragmatismo, hanno confezionato un sistema di relazioni industriali che, con tutti i suoi limiti e difetti, funziona comunque da più di mezzo secolo.

In questo stesso frattempo, governi e partiti sono spesso tornati sull’argomento “rappresentanza sindacale”, ognuno tirando la coperta dalla sua parte politica, spesso in sintonia con qualche “pezzo” di sindacato, talora presentando in Parlamento progetti di legge, tutti finiti prima su ingloriosi binari morti, poi nel dimenticatoio dei passi legislativi perduti.

Meno di tre anni or sono, Cgil-Cisl-Uil e Confindustria hanno convenuto nuove procedure e più oggettivi criteri per misurare la rappresentanza sindacale e la legittimazione alla contrattazione nazionale di categoria.

Perciò, non si capisce (ovvero si capisce fin troppo bene) perché mai si torni proprio ora a parlare di legge sulla rappresentanza sindacale.

E non ci si limita a parlarne, da qualche tempo circola tra più e meno plausibili addetti ai lavori, sugli organi d’informazione di ogni latitudine politica, nel web e nelle chiacchiere di corridoio una grande varietà di ipotetiche leggi sul sindacato, per lo più anonime, talora sotto false generalità, qualche volta evidentemente apocrife.

Però circolano e bisogna pur ragionarne.

Nel caleidoscopio delle tante ipotesi in circolazione, una sembra, più di altre riconducibile ai cosiddetti “ambienti vicini a Palazzo Chigi” o, quantomeno, ai suoi immediati dintorni.

Il testo di cui si ragiona, a prima vista, sembra voler semplicemente assicurare una specifica legge di sostegno ai vigenti Accordi Interconfederali sulla rappresentanza sindacale e sulla contrattazione collettiva.

Dai quali accordi ripete quasi pedissequamente meccanismi e parametri per la misurazione della rappresentatività dei sindacati – media ponderata della rispettiva consistenza associativa ed elettorale – e per la verifica della “soglia del 5%” di accesso alle trattative nazionali.

L’omaggio legislativo alle vigenti intese interconfederali finisce qui e di qui in avanti la politica subentra all’autonomia delle parti sociali e la legge si sostituisce alle loro decisioni.

Infatti, gli elementi utili alla misurazione e commisurazione della rappresentanza di ciascun sindacato e all’accertamento della sua titolarità alla contrattazione nazionale, seppur ancora raccolti dall’Inps, non saranno più affidati alla “ponderazione” di un organismo terzo, il Cnel o chi in futuro per lui.

Sarebbe, invece, il ministero del lavoro (organo di governo, per definizione politico e istituzionalmente vincolato agli alterni indirizzi della maggioranza parlamentare del momento) a verificare e certificare quali sindacati siano più o meno rappresentativi di altri e quali tra loro abbiano titolo a partecipare alla stipula del Ccnl di loro competenza.

C’è da chiedersi, e sarebbe legittimo dubitarne, se i sindacati, una volta soggetti a così penetranti e dirimenti accertamenti ministeriali, sarebbero davvero ancora liberi, come prevede e dispone la riga iniziale dell’art. 39 della Costituzione, il solo già attuale e cogente.

Sembra certo, però, che la verifica e la certificazione ministeriale della rappresentanza dei sindacati sarebbe di fatto indistinguibile dalla loro “registrazione”, nel caso presso il Ministero del Lavoro, in surrettizia attuazione della parte a suo tempo e da sempre più controversa dell’art. 39 della Carta Costituzionale.

E nemmeno ci si ferma qui, perché al ministero si vorrebbe attribuire anche il potere di accertare se gli statuti dei sindacati da registrare prevedano o meno un “ordinamento interno a base democratica”, per cui il governo, oltre a decidere della rappresentanza e della legittimazione a contrattare dei sindacati, sarebbe anche giudice inappellabile della democrazia sindacale.

Infine, nulla si dice del riconoscimento ai sindacati ” verificati, certificati e registrati” della personalità giuridica, posta dall’art. 39 a condizione della loro capacità a stipulare, “unitariamente rappresentati in proporzione ai loro iscritti”, contratti collettivi efficaci “erga omnes”.

Sia chiaro, la Uil di sicuro non sente la mancanza della personalità giuridica, nessuno meno della Uil smania per essere comunque ed ovunque registrato, la Uil è assolutamente certa della propria democrazia interna, senza bisogno di alcun attestato ministeriale, nessuno più della Uil è convinto che l’art. 39 della Costituzione può essere, forse, attualizzato, ma così com’è resta inattuabile, prima ancora che inattuato.

Ciò detto, gli improvvidi e spesso improvvisati legislatori, dopo aver commesso il peccato di attuare per vie traverse solo quanto dell’art. 39 occorre a mettere sotto controllo politico l’autonomia delle parti sociali, fatto il danno, peccano anche per omissione, non casualmente tacendo dell’attribuzione ai sindacati della personalità giuridica che, almeno, consentirebbe loro di stipulare contratti collettivi veramente certi ed esigibili.

Questo duplice peccare svela il vero scopo della legge sul sindacato: evitare che rappresentanze del lavoro e dell’impresa, troppo libere, disturbino il manovratore di turno, magari pretendano di discuterne le scelte di loro più diretto interesse e, addirittura, all’occorrenza si azzardino a scioperare.

Insomma, è chiaro perché gli “ambienti vicini” ai Palazzi della politica vogliano una legge sulla libertà, più che sulla rappresentanza del sindacato.

È anche abbastanza chiaro che Landini si illuda di recuperare per legge l’egemonia e i diritti di veto che la storia del sindacato ha ormai archiviato per sempre.

Sono chiarissime le ragioni per cui la Uil e la Cisl si oppongono tanto all’invadenza della politica, quanto alle illusioni di Landini.

Resta da capire perché mai la Cgil, nella speranza sia “su misura” dei suoi dissensi interni, ammicchi a una legge che inevitabilmente sarebbe “ad altrui uso e consumo”.

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