Di Anna Lisa Calò
Dal 2015 ad oggi lo spreco alimentare degli italiani è sceso di 100 grammi, arrivando a 0,554 chili di cibo pro capite gettato settimanalmente. Tuttavia, l’Italia è ancora distante dall’obiettivo europeo 2030 (che prevede una riduzione degli sprechi del 50%) e, nella classifica degli scarti domestici, il nostro Paese è agli ultimi posti. Inoltre, a fronte dei dati relativi allo spreco di cibo, c’è, al contrario, il dramma della crescente insicurezza alimentare, ovvero la difficoltà di accesso al cibo per moltissime persone.
Su questo tema, in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare, è intervenuto l’Osservatore Romano, organo di informazione della Santa Sede, riportando i dati del “Cross Country Report 2025” stilato da Waste Watcher International.
Lungo l’intera filiera italiana si sprecano oltre 5 milioni di tonnellate di cibo, per un valore di oltre 13,5 miliardi di euro. La parte più consistente riguarda gli sprechi domestici (7,3 miliardi), ma si registrano perdite significative anche nella distribuzione, nell’industria e in agricoltura. Tra le principali cause ci sono la cattiva conservazione degli alimenti (38%), le date di scadenza (33%) e la tendenza a sovra acquistare (28%); nel cestino finiscono prevalentemente frutta, verdura e pane. A livello globale, invece, ogni anno vengono gettate 1,05 miliardi di tonnellate di alimenti, pari a un terzo della produzione globale.
In questo contesto, paradossalmente, aumentano le persone che faticano a mantenere un’alimentazione sufficiente, sicura e nutriente. Nel 2026 l’insicurezza alimentare risulta in crescita rispetto all’anno precedente, con maggiori ripercussioni nel Sud del Paese (+28%) e per la generazione Z (+50%), che comprende i nati tra il 1997 e il 2012.
Per quanto riguarda gli sprechi, a trainare il miglioramento italiano ci sono i boomer, ovvero i nati tra il 1946 e il 1964, mentre i giovani della generazione Z sono i peggiori a gestire le eccedenze ma anche i più competenti negli ambienti digitali. In questo lavoro di squadra i boomer tramandano le buone pratiche alimentari mentre la generazione Z alfabetizza il Paese in tema di tecnologie utili per ridurre gli sprechi.
In questa cornice un esempio virtuoso è quello di “Too Good to Go”, la piattaforma digitale contro lo spreco alimentare che solo nel 2025 ha salvato in Italia 7,8 milioni di pasti (+13% rispetto al 2024). L’applicazione permette a commercianti e ristoratori di mettere in vendita il cibo invenduto a fine giornata attraverso una “Surprise Bag” acquistabile a un terzo del prezzo originale. La crescita esponenziale del suo utilizzo segna le nuove abitudini di una community di 12 milioni di consumatori: un successo che si traduce in una riduzione di emissioni di 86.400 tonnellate di CO₂ e nel risparmio di 25,9 miliardi di litri d’acqua.
Accanto a questo scenario, negli ultimi anni si sono moltiplicate in diverse città italiane le esperienze di recupero e redistribuzione delle eccedenze, che trasformano gli scarti in risorse e aiutano le componenti più fragili della popolazione. Tra queste Donometro, che facilita la donazione di cibo da parte dei pubblici esercizi; Avanzi popolo 2.0, un raccoglitore di progetti innovativi contro lo spreco; ReFoodGees, che recupera cibo e promuove l’inclusione sociale e lavorativa; Reciproca Mensa, che gestisce mense sociali; Ekoimporio, un negozio dove persone in difficoltà socioeconomica possono fare la spesa.
Le buone pratiche non possono però sostituire politiche strutturali: è necessario rafforzare l’organizzazione della filiera, rendere chiare le informazioni su conservazione e scadenza, promuovere un’educazione al consumo responsabile e sostenere le realtà che operano nel recupero alimentare.




