di Giusy Pascucci
Mais, frumento duro e frumento tenero sono le tre specie seminative che, tra il 2006 e il 2025, hanno registrato le contrazioni più rilevanti della produzione nazionale. Sensibile anche il calo delle principali colture fruttifere e dell’olio, mentre è cresciuta la produzione di soia, latte e formaggi. In diminuzione anche i capi ovini, suini e bovini, mentre registrano una forte crescita i bufalini e i caprini.
È questa la fotografia della produzione agricola e zootecnica italiana scattata dall’Istat nel rapporto Produzioni agricole e zootecniche – Anno 2025 – Istat che abbraccia un lungo orizzonte temporale che va dal 2006 al 2025 consentendo così di cogliere e analizzare le trasformazioni strutturali che hanno interessato il mondo agricolo nell’ultimo ventennio. L’Italia, nel 2025, ha l’8,7% della superficie agricola utilizzata (Sau) dell’Unione europea e si pone al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Il peso italiano sulla produzione agricola all’interno della Ue 27 è particolarmente elevato per nocciola (75,2%), riso (52,8%), frumento duro (43,2%), pomodoro in piena aria (42,1%), soia (37,9%), uva (33,2%), arancia (30,5%) e mela (20,4%).
Tra il 2006 e il 2025 uno degli eventi più significativi dell’evoluzione agricola italiana è stata la contrazione di più della metà della superficie coltivata a mais (-51,2%), che nel 2025 ha raggiunto quota 500 mila ettari. Il minor calo della produzione (-42,7%) ha determinato un aumento della resa per ettaro, passata da 86,8 quintali per ettaro a 101,9 (+17,4%), ad indicare una concentrazione della coltura nelle aree maggiormente produttive e un miglioramento dell’efficienza tecnica.
Anche il frumento duro, che continua a rappresentare una delle principali colture nazionali con una superficie coltivata di oltre 1,1 milioni di ettari, mostra una riduzione della superficie (-15,5%) e della produzione (-9,3%), con una crescita però più contenuta della resa (+7,4%), mentre il frumento tenero ha registrato una flessione della produzione (-21,4%) superiore a quella delle superfici (-12,3%) con una conseguente diminuzione della resa per ettaro (-10,4%). Sebbene tendenzialmente in contrazione, il frumento duro mantiene una relativa stabilità grazie al forte legame con l’industria della pasta, che rappresenta uno dei principali comparti agroalimentari italiani orientati all’esportazione.
In controtendenza, risultano in crescita alcune colture orientate alla zootecnia e alle produzioni proteiche. La soia, coerentemente con la crescente domanda di proteine vegetali per mangimi e con le strategie europee di riduzione della dipendenza dalle importazioni, cresce del 69,1% in termini di superficie e del 94,6% in termini produttivi, con un incremento della resa del 15,2%. Rilevante è anche l’incremento degli erbai monofiti (+106,8% di superficie e +97,1% di produzione), indicativo della crescente integrazione tra coltivazioni e allevamenti. Dal punto di vista delle rese, le crescite più significative riguardano il girasole (+24,9%) – sebbene frutto di contrazioni sia delle superfici sia delle produzioni – e il pomodoro in piena aria (+18,5%), che nel ventennio passa da 508,4 a 602,5 quintali per ettaro. Tra le specie caratterizzate dalla crescita della resa, oltre al già citato mais troviamo la patata comune (+15,3%) e la soia (+15,2%).
Pesanti anche le riduzioni per gli alberi da frutto: il crollo maggiore interessa la pera, con – 60,6% della produzione e – 52,8% della superficie, e la nettarina (-43,5% della produzione e -49,3% delle superfici), ma scendono molto anche pesca (-40,7% della produzione e -31,9% delle superfici) e nocciola (-30,3% della produzione). In crescita produttiva, invece, clementine (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mela (+13,2%).
Leggera la contrazione del vino, la cui produzione è scesa del 3,6% passando da 49,6 milioni di ettolitri del 2006 a 47,8 milioni del 2025. La produzione di uva registra una flessione contenuta rispetto al 2006, pari al -8,0% come conseguenza della riduzione del 5,7% delle superfici coltivate a vite e del 2,5% della resa per ettaro (quasi 106 quintali per ettaro). La flessione produttiva è però molto contenuta per l’uva da vino (-2,1%) rispetto a quella ben più sensibile riscontrata per l’uva da tavola (-35,1%).
Molto più significativa è invece la contrazione della produzione di olive: -27,2%, dovuta in minima parte alla riduzione delle superfici (-1,4%) e attribuibile quasi esclusivamente alla forte diminuzione della resa per ettaro (-26,1%) : se nel 2006 un ettaro coltivato ad olivo generava 30,7 quintali di olive raccolte, nel 2025 tale quota è scesa a 22,7 quintali. Passata da 603,3 milioni di litri del 2006 a 378,6 milioni del 2025, con forti oscillazioni annuali, è in forte diminuzione (-37,6%), infatti la produzione di olio di oliva di cui, nel 2025, solo il 21,4% è stato destinata al mercato interno (81 milioni di litri su 379): il fabbisogno interno di olio di oliva è alimentato con 565 milioni di litri di olio di oliva importato, livello pari a 1,5 volte la produzione nazionale.
Va meglio il settore lattiero caseario in cui, a parte la flessione del burro (-21,3%) e del latte fermentato (yogurt e altri derivati -11,6%), aumenta la produzione di formaggi (+17,7%) e di latte: nel 2024 in Italia sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali di latte, con una crescita del 27,2% rispetto ai 108 milioni del 2006, dovuta alla maggiore quantità di latte raccolta in media per ogni capo.
Ad eccezione dei bufalini (+92,6%) e dei caprini (+3,4%), tra il 2006 e il 2025 è diminuita, in linea con la tendenza europea, anche la consistenza del numero di capi per tutte le principali specie allevate, con la flessione più rilevante che riguarda gli ovini (-28,1%), seguiti dai suini (-15,6%) e dai bovini (-12,2%). Tra il 2006 e il 2025, la produzione zootecnica nazionale è stata caratterizzata dal forte ridimensionamento delle macellazioni di carni “rosse” e, parallelamente, dalla crescente centralità del comparto avicolo, che rappresenta la componente più rilevante delle carni “bianche”. Nel ventennio, il peso morto delle carni bovine o bufaline macellate è sceso dagli 11,1 milioni di quintali del 2006 ai 6,6 milioni del 2025, con una flessione del 40,9%, per una flessione del numero di capi macellati del 37,5%.


