Di Anna Lisa Calò
A dieci anni dall’approvazione della legge contro lo spreco alimentare, l’Italia registra risultati significativi sul fronte del recupero e della redistribuzione delle eccedenze. Dal 2016 sono state donate circa 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari e 40 milioni di confezioni di farmaci, per un valore economico complessivo stimato in 10,3 miliardi di euro. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dalle Fondazioni Terzjus ETS e Valore con il sostegno della Fondazione Cariplo, presentata a Montecitorio in occasione del convegno “Dieci anni che non si sprecano – La legge ‘Gadda’ 166/2016: i risultati, le alleanze, il futuro”.
Entrata in vigore il 14 settembre 2016, la legge 166, nota come “legge Gadda”, puntava a introdurre un quadro normativo più chiaro per contrastare lo spreco alimentare, incentivando la donazione delle eccedenze da parte di cittadini, aziende ed enti pubblici e favorendo la collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo settore. Oggi i risultati confermano l’efficacia della misura.
Il valore complessivo dei beni recuperati potrebbe essere più elevato. La stima dei 10,3 miliardi di euro, infatti, non comprende quelle provenienti da alcuni settori (agricoltura, pesca, pubblici esercizi e filiera della somministrazione), per i quali mancano dati nazionali omogenei, spiega Gabriele Sepio, presidente di Fondazione Valore: “questi risultati dimostrano l’efficacia di una legge che ha creato un quadro più semplice e favorevole alle donazioni”.
Presente ai lavori anche Maria Chiara Gadda, vicepresidente della commissione Agricoltura della Camera e prima firmataria della legge: “abbiamo scelto di fidarci della società, delle imprese e del Terzo settore, puntando su semplificazione e incentivi invece che su obblighi e sanzioni” ha dichiarato Gadda “Adesso serve il secondo tempo della Legge 166: sostenere la logistica e le attrezzature del Terzo settore, anche attraverso un credito d’imposta, e includere i farmaci per la salute mentale tra i beni donabili. Perché le buone leggi si aggiornano guardando ai bisogni del futuro”.
La ricerca ha coinvolto nella sua prima fase 623 enti del Terzo Settore (ETS) impegnati nel recupero e distribuzione dei beni invenduti o eccedenti. In questa “rete antispreco” il radicamento territoriale emerge con chiarezza: nel 72% dei casi i beni vengono consegnati nello stesso centro abitato o quartiere.
Negli ultimi dodici mesi l’80,3% degli enti coinvolti ha gestito beni alimentari, il 67,4% beni non alimentari e non farmaceutici e il 41% medicinali. Tra i principali destinatari ci sono famiglie o singoli che faticano ad arrivare a fine mese (26,6%), anziani fragili (17,3%), persone senza dimora e cittadini in condizioni di povertà (15,4%), immigrati residenti (13,3%). La filiera antispreco contribuisce così non solo a ridurre i rifiuti, ma anche a contrastare la marginalità e l’esclusione sociale.
“Il fatto che più della metà delle organizzazioni abbia iniziato questa attività dopo il 2016, mostra quanto la cultura del recupero e della donazione sia cresciuta nell’ultimo decennio” afferma Luigi Bobba, presidente di Fondazione Terzjus ETS. “La sfida ora è consolidare questa rete, investendo nella formazione, negli strumenti digitali, nelle campagne di informazione sulla legge antispreco e nella collaborazione tra Terzo settore, imprese e istituzioni”.


