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L’Italia senza immigrati? Più vecchia e più povera

Rapporto Fondazione Moressa su economia dell’Immigrazione 2026. Mocci (Uila): "Regolarizzare chi ha già lavorato in Italia"

16 Ottobre 2026
in AGRICOLTURA E PESCA, ECONOMIA
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L’Italia senza immigrati? Più vecchia e più povera
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di Fabrizio De Pascale

Senza il contributo dei cittadini stranieri, l’Italia sarebbe un paese più vecchio e più povero. È questa l’estrema sintesi che emerge dal Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione, curato dalla Fondazione Leone Moressa e presentato il 13 ottobre al Cnel, il cui obiettivo dichiarato “è promuovere un necessario mutamento di paradigma: superare una visione prettamente utilitaristica ed emergenziale per documentare la transizione dell’immigrazione da semplice riserva di forza lavoro a fattore sistemico di valore economico, demografico, sociale e culturale”.

Sono sufficienti pochi numeri per spiegare questa realtà. La forza lavoro di origine immigrata conta 2,6 milioni di occupati (pari al 10,7% del totale) e genera un valore aggiunto di 197 miliardi di euro, pari al 9,7% del Pil, valore percentuale che supera la media in settori nevralgici come agricoltura (21,3%), edilizia (18,4%) e ristorazione (14,4%). Oltre 5 milioni di contribuenti nati all’estero hanno dichiarato quasi 88 miliardi € di redditi, versando 12,6 miliardi di Irpef. Il saldo tra entrate (gettito fiscale e contributivo) e uscite (spesa pubblica per sanità, istruzione, welfare, giustizia e accoglienza) della popolazione straniera residente restituisce un saldo netto positivo di +1,0 miliardi di euro (45 miliardi di entrate contro 44 miliardi di spesa).

Sono quasi 796 mila gli imprenditori nati all’estero (10,8% del totale). Nel decennio 2015-2025 sono cresciuti del 21,3%, a fronte di un calo del -5,2% degli imprenditori nati in Italia. A trainare il settore sono principalmente le comunità cinese e romena. Oltre ai dati economici bisogna considerare anche quelli demografici. L’Italia è uno dei Paesi con il calo demografico più intenso a livello mondiale e registra un saldo naturale costantemente negativo dal 2007. Al 1° gennaio 2025, la popolazione straniera residente si attesta a 5,37 milioni di unità, pari al 9,1% del totale ma, includendo anche i cittadini naturalizzati (217.000 acquisizioni di cittadinanza nel 2024) si arriva a 7 milioni di individui, ovvero l’11,8% della popolazione. L’età media è di 36,5 anni, contro i 47,3 degli autoctoni. Tra il 2019 e il 2024 i permessi di soggiorno rilasciati in Italia sono passati da 238mila a 346mila, con un aumento del 45,1%, superiore alla media europea, con forti incrementi soprattutto da Bangladesh, Tunisia, Egitto, Perù. Il 51% dei permessi rilasciati riguarda protezione internazionale e motivi umanitari, mentre i permessi per motivi di lavoro sono l’11%.

Nonostante i dati macroeconomici positivi, il Rapporto evidenzia il persistere di profonde criticità in termini di “segregazione” occupazionale: l’occupazione straniera appare molto polarizzata in professioni non qualificate (dove l’incidenza raggiunge il 31%) e in settori labour-intensive quali l’agricoltura e l’edilizia, mentre nelle professioni qualificate e tecniche l’incidenza degli stranieri è del 9,1%. Il tutto con un marcato divario a sfavore della componente femminile.

“L’evidenza scientifica e statistica” conclude il Rapporto “impone un aggiornamento degli strumenti di governance istituzionale. La persistenza di logiche difensive, basate su contingenti numerici rigidi e su una concezione subalterna del lavoratore migrante, risulta strutturalmente inidonea a governare l’attuale complessità socio-economica. La priorità strategica per il decisore pubblico deve orientarsi verso politiche proattive di inclusione strutturale: dalla semplificazione dei percorsi di naturalizzazione, al riconoscimento dei titoli e delle competenze, fino al sostegno all’upgrading imprenditoriale. Solo riconoscendo e valorizzando pienamente questo capitale umano, l’Italia potrà garantire i propri livelli di competitività economica e di coesione sociale nel futuro”.

“Una posizione pienamente condivisa dalla Uila, che da tempo sostiene la necessità di valorizzare il contributo dei lavoratori stranieri. Il settore agroalimentare richiede risposte concrete proprio in questo senso” dichiara Alice Mocci, segretaria nazionale Uila.

“Siamo convinti che sia necessario avere più coraggio e meno pregiudizi ideologici, stabilizzando ed includendo nel mercato una manodopera indispensabile per il futuro dell’agricoltura. Per questo” spiega Mocci “la Uila chiede l’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per i lavoratori che, entrati regolarmente in Italia attraverso i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che, alla scadenza del contratto, li ha resi irregolari ed esposti allo sfruttamento da parte di soggetti disonesti e criminalità organizzata”.

“In questo senso la Uila riconosce l’importanza delle misure introdotte con il decreto 145 del 2024 che, a partire dal 2025, hanno consentito la conversione di circa 24 mila permessi di soggiorno da lavoro stagionale a lavoro subordinato in agricoltura, garantendo maggiori tutele ai lavoratori” aggiunge la segretaria nazionale. “Resta, però, irrisolta la situazione di tutti coloro che sono entrati nel Paese prima della sua introduzione.”

“La regolarizzazione di queste persone e la loro piena inclusione nel mercato del lavoro” conclude Mocci “potrebbero dare un ulteriore impulso all’economia italiana e, in particolare, al comparto agricolo”.

Tags: cnellavoratori stranieri
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Il Lavoro Italiano Agroalimentare, Direttore Responsabile: FABRIZIO DE PASCALE
Redazione: GIUSY PASCUCCI
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