Riportiamo l’intervista pubblicata sul quotidiano Italiaoggi alla segretaria generale Uila Uil Enrica Mammucari
«Contro il caporalato serve una presa di posizione dello Stato, delle forze dell’ordine. Quel che è accaduto ad Amendolara (CS) è inaccettabile. L’IA fa andare veloci le macchine e fa girare persino i mercati finanziari; eppure, non siamo in grado di usarla per scovare i criminali. Dobbiamo aumentare gli organici degli ispettori e delle forze dell’ordine»: Enrica Mammucari non manca di coraggio e in vista dell’apertura del VIII Congresso nazionale della Uila-Uil, la segretaria generale del sindacato agroalimentare affronta il tema caporalato senza sconti. “Al nostro Congresso parteciperanno istituzioni e le rappresentanze della parte sana della filiera agroalimentare. Proprio da qui, da un’alleanza di settore che coinvolge tutti deve partire una presa di posizione forte per liberare il settore dall’ipoteca di uno sfruttamento”.
Domanda. La vicenda dei braccianti bruciati vivi ad Amendolara echeggia la rivolta di Rosarno del 2010.
Risposta. Non sono episodi isolati, ma l’espressione di un fenomeno strutturato che non riguarda solo la Calabria. Il tessuto economico è infiltrato e questi episodi sono il prodotto di una dinamica di competizione che parte dalla guerra ingaggiata sul prezzo più basso delle produzioni. Queste forme di sfruttamento non sono solo illegalità economica. La violenza intreccia la criminalità organizzata.
D. Cosa avete fatto negli ultimi anni per combattere il caporalato?
R. Abbiamo la normativa più avanzata in Europa. La legge 199/2016 ha introdotto il reato di caporalato, rafforzato i controlli e inasprito le sanzioni, estendendone la portata fino alle imprese. Ma il quadro non è completo. Nella legge c’è un presupposto per prevenire gli eventi malavitosi: l’affido della gestione della domanda e dell’offerta di lavoro alle sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità. Una cabina di regia conquistata nel 2014 col decreto “Campo libero” (dl 91, convertito dalla legge 116/2014), il cui fine era mettere in trasparenza il mercato del lavoro, affrontando i nodi che originano lo sfruttamento. Quella norma va resa pienamente efficace: le sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità non si sono insediate in tutte le province e devono essere liberate dalle pastoie burocratiche. Sebbene sia una conquista, quella parte della legge non è mai decollata. Eppure, l’iscrizione alla rete parte da un principio chiaro: la maggioranza delle imprese rispettano diritti e contratti.
D. Poi c’è la condizionalità sociale.
R. Si; ci siamo battuti per 20 anni, per ottenerla all’interno della PAC. Oggi il principio è chiaro: le risorse pubbliche devono andare solo alle imprese che rispettano i diritti del lavoro.
D. E come va?
R. In Europa, ai tavoli di dibattito sulla futura Pac la disposizione è sotto assedio. Dobbiamo rilevare come non tutti i paesi europei abbiano applicato questa normativa in modo efficace. Italia e Francia l’hanno fatto subito e il nostro paese è andato anche oltre il dettato Ue, introducendo il reato di caporalato.
D. Cosa manca affinché gli enti bilaterali possano governare il mercato del lavoro?
R. In base alla legge 199 questi sono i soggetti che potrebbero convenzionarsi con le sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità. Ma manca ancora la bozza di convenzione ed è necessario potenziare il ruolo dell’Inps. Gli enti bilaterali territoriali hanno l’anagrafica delle imprese e dei lavoratori in regola, perché le attività che versano la contribuzione all’ente bilaterale sono anche quelle che applicano i contratti. Pensi a quanto sarebbe efficace un ruolo da protagonista degli Enti, anche in sinergia con il sistema pubblico, per rifondare un sistema trasparente ed efficace di incrocio tra domanda ed offerta di lavoro.
D. E poi?
R. Visto il fallimento del PNRR in fatto di politiche abitative, sarebbe stato più efficace far gestire le risorse a questi Enti. Ovviamente in sinergia al sistema pubblico. Le imprese virtuose sarebbero state incentivate a garantire un diritto all’alloggio ai lavoratori che giungono da altri paesi. Vede, il fenomeno dello sfruttamento coinvolge immigrati e connazionali; assume le sue vesti più atroci a danno degli irregolari, ma anche chi è in possesso di permesso regolare è fragile. Deve sottostare a dinamiche da clan. C’è una collusione profonda con la criminalità organizzata, italiana e straniera.
D. Perché l’intermediazione illecita sfugge?
R. Perché si è travestita nelle imprese senza terra. Sempre nell’evoluzione normativa, dalla 199 alla condizionalità sociale, all’indomani della morte del bracciante agricolo Satnam Singh (il 19/6/2024), abbiamo rivendicato la necessità di mettere in trasparenza il fenomeno degli appalti labour intensive, perché abbiamo verificato che in tutti i blitz delle forze dell’ordine, quando si scoprono covi criminali, questi si celano dietro forme pseudo legali di imprese senza terra.
D. Come avete reagito a tutto ciò?
R. Nel dl agricoltura (63/2024) abbiamo conquistato la norma sulla banca dati degli appalti in agricoltura. Questa ha una funzione dissuasiva importante perché consentirebbe di costituire una white list delle aziende appaltatrici, che potrebbero operare solo se hanno i requisiti per farlo. E perché introduce l’obbligo di sottoscrizione di una polizza fideiussoria che l’azienda appaltatrice dovrebbe fornire al committente a garanzia di tutti i crediti patrimoniali dei lavoratori.
D. E’ un deterrente?
R. Chi può garantire una polizza fideiussoria a imprese che nascono dall’oggi al domani, hanno residenze legali fittizie, capitali sociali inesistenti e magari operano in appalti coinvolgendo 100 lavoratori, con un capitale sociale di 3.000 euro?
D. E perché usa il condizionale?
R. Ad oggi questa norma non è stata “messa a terra”. Al nostro Congresso lo chiederemo con forza. Se queste norme fossero subito attuate, noi staccheremmo immediatamente il tubo dell’ossigeno ai caporali. Perché non potrebbero più operare. Vede, la stragrande maggioranza delle imprese che vivono in agricoltura vogliono il rispetto delle regole. Ma ci vuole più stato contro la criminalità organizzata. La banca dati e la condizionalità sociale non bastano.
D. Che altro serve?
R. Tutte le risorse pubbliche, non solo quelle della PAC, ma anche quelle erogate per il PSR devono su essere subordinate a criteri di condizionalità sociale. Oltre alle mobilitazioni ed agli importanti strumenti contrattuali introdotti da ultimo con il recente rinnovo del CCNL agricolo occorre che tutto il sistema della rappresentanza e le istituzioni siano unite per far diventare prassi diffusa la cultura della legalità per un cibo etico e giusto.
D. E poi?
R. Tutti i lavoratori entrati con i decreti flussi emanati prima dell’entrata in vigore del decreto legge 145/2024 (convertito dalla legge 187/2024) e che hanno avuto almeno un contratto di lavoro in agricoltura e sono finiti in clandestinità devono essere stabilizzati nel mercato, a fronte delle richieste di manodopera delle imprese.
D. Ma è una sanatoria?
R. La composizione demografica del paese è cambiata e il mercato del lavoro agricolo pure: nel 2025, oltre il 44% della produzione agricola è stato fatto da lavoratori nati in altri paesi che sono gli unici a crescere nella fascia di età più giovane. Mentre, per gli italiani aumenta solo la quota over 60, ad una velocità preoccupante. Di questo passo, fra 4-5 anni questi lavoratori andranno in quiescenza e perderemo la memoria antica dei nostri mestieri.
D. Quindi?
R. Dobbiamo preservare gli antichi mestieri, perché l’agricoltura non è solo precision farming. E occorre prendere atto che i lavoratori provenienti da altri paesi sono una risorsa irrinunciabile e vanno formati. Serve un patto intergenerazionale fra giovani, migranti e over 60. Occorrono competenze trasversali: digitali, linguistiche, di intermediazione culturale. In questo rivendichiamo con forza un ruolo delle parti sociali attraverso la bilateralità.
D, Torniamo al caporalato. Quanto pesa la competizione internazionale come acceleratore del fenomeno?
R. Sempre di più. Se il commercio internazionale non metterà in luce la dimensione sociale del cibo, i diritti e la dignità del lavoro, in una logica di reciprocità ambientale e sociale continueremo a produrre eccellenze in modo assolutamente contraddittorio. Ma la tracciabilità del lavoro va estesa a tutti gli anelli della filiera; noi ci soffermiamo sulla parte agricola, perché è quella che subisce maggiormente l’iniqua distribuzione del valore. Ma il tema riguarda anche la logistica e la distribuzione.
D. Proposte?
R. L’Ue deve tornare a concepire l’agricoltura come leva strategica per garantire la sicurezza del continente, al pari dell’energia. E gli accordi di filiera devono prevedere una redistribuzione equa. In questo, Ismea può svolgere un ruolo, come ha già fatto per il latte, fissando il prezzo minimo che va riconosciuto alla produzione primaria. I costi medi di produzione devono contenere il costo del lavoro fissato nei contratti collettivi con le organizzazioni più rappresentative. Ismea come banca dati nazionale per fissare il prezzo minimo per ogni settore.
D. Siamo campioni di regolazione, ma alla fine i fenomeni si ripetono.
R. Dal 2025, almeno per quanto riguarda i lavoratori migranti, il quadro è cambiato: il superamento del tetto delle quote di conversione per i lavoratori entrati con i decreti flussi, il permesso speciale per le vittime di sfruttamento e la tutela dell’assegno di inclusione hanno offerto al sindacato e ai lavoratori strumenti in più per denunciare. Non a caso nel 2025 sono aumentati i contratti di lavoro da stagionale a tempo determinato/indeterminato arrivando a toccare il numero di più di 24.000.



