L’INTERVISTA
Lavoro: Sindacato e Confindustria di nuovo a confronto
di Fabrizio De Pascale
Dopo qualche settimana di pausa, che mi hanno permesso di recuperare un po’ di vita e di affetti familiari, inesorabile giunge presto al mattino la telefonata di Stefano, con la quale vengo invitato a riprendere la “tradizione” delle nostre interviste domenicali…
Fabrizio. Buongiorno Segretario, ricominciamo?
Stefano. Certo che sì! Il campionato è finito, l’estate non arriva, che c’è di meglio di una bella chiacchierata domenicale?
F. Beh io avevo una idea migliore… ma lasciamo perdere…A tra poco.
La città è deserta in questa domenica quasi estiva. Non fa ancora troppo caldo e un venticello fresco mi accompagna, di buon mattino, per le vie di Roma, mentre cerco di indovinare quale sarà il tema centrale della nostra intervista.
Promosso il nuovo direttore generale di Confindustria
S. Buon giorno! Vuoi una limonata?
F. Una limonata? No grazie, ho appena preso un cappuccino, non vorrei mi si inacidisse lo stomaco… Piuttosto, cercavo di immaginare il tema della nostra discussione…
S. Direi la relazione del Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.
F. Ci avrei giurato! Cominciamo con una domanda secca: promosso e bocciato?
S. Promosso, assolutamente! Sia la linea politica che le proposte avanzate mi sono piaciute.
F. Anche quando schiera Confindustria a fianco del governo Renzi sul referendum?
S. Certo, Confindustria è sempre stata favorevole a soluzioni legislative che accorcino i tempi decisionali del paese. Siamo troppo lenti! I cambiamenti globali ormai sono così veloci che anche le modalità per legiferare devono adeguarsi.
Gli imprenditori facciano bene gli imprenditori…
F. Cos’altro ti ha colpito positivamente?
S. Il richiamo agli imprenditori e al loro dovere che è, in primo luogo, quello di fare gli imprenditori, mantenendo le loro aziende al passo con la competizione globale e… innovando, innovando, innovando.
F. Pensi che su questo versante l’impresa italiana abbia colpe gravi da farsi perdonare?
S. Eh Si! Il nuovo Presidente ha lanciato ai suoi associati una vera e propria sfida. La produttività di un’azienda dipende, si, dalle condizioni del Paese, dal costo e dalla organizzazione del lavoro ma anche, in primo luogo, dalla sua capacità di innovare, sul duplice fronte del processo e del prodotto.
Innovando, innovando, innovando…
F. Come a dire: prima di recriminare su fisco nemico, leggi sbagliate e burocrazia lenta che non aiuta, mettete al vento le vele delle vostre aziende?
S. Esatto! C’è un dato che Boccia non ha citato ma che spiega come e quanto gran parte del nostro capitalismo (facendo salve non poche eccezioni) abbia vissuto passivamente la crisi che ha stravolto il Paese: gli investimenti in capitale fisico che, tra il 2009 e il 2015, sono scesi del 3,5% rispetto al Pil, mentre nel resto della zona euro il calo è stato di appena 1,3 punti percentuali. Un dato che, più di ogni altro, indica quanto il nostro sistema industriale abbia giocato in difesa.
Da Unioncamere dati allarmanti
F. Una realtà che si rispecchia anche in un recente rapporto di Unioncamere sull’uso di Internet e dei social network da parte delle imprese. Lo hai letto?
S. Certamente, quanto emerge da quel rapporto è sconvolgente! I dati sono allarmanti: quattro imprenditori su 10 ritengono internet inutile; solo il 26,5% di chi opera nel “Made in Italy” utilizza i social network per promuovere il proprio marchio, appena il 5,1% l’e-commerce. Possibile che le nostre aziende non capiscano che questo fronte è strategico per l’impresa e per il lavoro. Nella globalizzazione le tecnologie informatiche segnano il discrimine che può alimentare crescita e competitività o segnare la marginalità di un settore o addirittura di un paese…
Lo scambio salari-produttività
F. Va bene, fino a qui tutto ok ma non dirmi che condividi le linee di Confindustria anche quando il Presidente Boccia indica nello scambio salari-produttività, l’unico incremento possibile per le retribuzioni?
S. Intanto ho apprezzato la scelta di posporre l’inizio del confronto a dopo la conclusione del negoziato dei metalmeccanici che io mi auguro possa essere definito con incrementi salariali erogati a tutti i lavoratori…Poi l’affermazione che le nuove regole siano scritte dalle parti sociali e non definite in una legge.
F. Scelte e affermazioni lodevoli, certamente, ma nel merito della questione?
S. Io credo che il sindacato debba accettare la sfida lanciata da Confindustria, come ha subito dichiarato il Segretario Generale della UIL e che, nel confronto, debba sostenere le proprie tesi con coerenza, senza fughe in avanti né anatemi politici e debba pretendere comportamenti analoghi dalla controparte.
F. Scusa, questo tuo parlare mi sembra un po’ “sindacalese”, potresti essere più chiaro?
S. Ci provo. A mio avviso sarebbe riduttivo e controproducente affrontare il tema della produttività solo sul versante del lavoro. Esiste una produttività legata all’insieme dei servizi offerti dal paese e una legata agli investimenti effettuati. Su entrambi i fronti sindacato e imprese possono e devono prendere impegni e pretenderne il rispetto da parte del Governo. Poi c’è una ulteriore riflessione da fare sul tema della qualità del lavoro.
F. E facciamola…
S. La bassa produttività di cui soffre il paese è anche il risultato di un’occupazione di bassa o bassissima qualità e a basso, bassissimo costo. Lavoro nero, sottosalario, voucher: quando si parla di incremento del costo del lavoro in Italia ogni dato va mediato con la realtà.
F. Quindi, se ho ben capito ok allo scambio salari-produttività ma se quest’ultima viene misurata non solo in termini di lavoro ma anche, più in generale, in rapporto all’innovazione e ad una rinnovata capacità delle imprese di stare sui mercati?
S. Esatto! Complimenti, hai capito bene. La mediazione dovrebbe condurre a un accordo che faccia ripartire il paese e non solo qualche azienda; che scacci il lavoro cattivo in cambio di maggiore occupazione e salari più alti; che risponda positivamente alle aspettative dei giovani. Sindacati e imprese devono trovare, insieme, queste soluzioni.
Il rilancio della bilateralità
F. Hai altre lodi da fare alla relazione di Boccia?
S. Si. Ci sono due aspetti che mi sono piaciuti. Il primo quando sostiene che le politiche attive devono vedere coinvolte le parti sociali attraverso i fondi interprofessionali che dovrebbero occuparsi anche della formazione di chi il lavoro lo sta cercando e poi il passaggio sull’invecchiamento attivo dei lavoratori e l’idea di creare dei fondi, attraverso il sistema della bilateralità, per rendere meno penalizzante l’uscita anticipata dal lavoro. Siamo da sempre precursori e paladini della bilateralità e di nuove frontiere che il “welfare” contrattuale deve raggiungere. Credo quindi che sia questa la strada da intraprendere. E subito.
La riforma dei contratti
F. Mi hai quasi convinto. Ma prima o poi si parlerà anche di riforma dei contratti…
S. Si e penso che lo scambio tra aumento dei salari e produttività vada definito. Ma dobbiamo trovare modalità che valgano per tutte le imprese e tutti i lavoratori. Una quota di salario può essere legata alla crescita del Pil del paese? A quello del settore? Una soluzione va trovata per tutti e in particolare per chi non contratta in azienda, se no ci ritroveremo nello stesso contesto dal quale il Presidente Boccia dichiara di voler uscire: poche aziende in linea con le sfide globali e con salari adeguati. Tutte le altre a giocare in difesa sfruttando un costo del lavoro ogni anno più basso. Così non può funzionare, non solo per i lavoratori ma neanche per quel paese che Confindustria vuole contribuire a cambiare.
E Renzi cosa farà?
F. Un ultima domanda, più politica. La relazione di Boccia segna una inversione di rotta da parte di Confindustria su molti temi. Ritieni che ciò indurrà anche il governo, e in primo luogo il Premier Renzi, a rivedere il proprio atteggiamento e le proprie scelte in materia di lavoro e di rapporti con il sindacato?
S. Sinceramente me lo auguro, in primo luogo per il bene del paese. All’inizio del suo governo, abbiamo appoggiato con entusiasmo il Renzi che prometteva di ridurre la spesa pubblica. Poi ci siamo ricreduti quando ha cambiato rotta, “prendendosela” con i lavoratori e con il sindacato. Non c’è stato solo il Jobs act. Il taglio dei fondi ai patronati, istituzione sana che supplisce alle carenze dello stato ed è finanziata non con soldi pubblici ma con quelli delle imprese e dei lavoratori, è stata un’odiosa e ingiusta scelta che testimonia di una volontà punitiva inaccettabile e incomprensibile.
Renzi deve fare attenzione perché, sebbene non ci siano al momento alternative credibili al suo governo, se non riesce a recuperare la fiducia dei lavoratori e del sindacato, che conta oltre 7 milioni di iscritti che in esso credono, rischia comunque di soccombere ai populismi, alle destre e, soprattutto, alla disaffezione e all’astensionismo anche di buona parte dell’elettorato di sinistra.
Paradossalmente, quindi, c’è da augurarsi che, come ha già fatto in passato (e noi non eravamo d’accordo), anche in questo caso Renzi dia ascolto alla nuova voce che viene proprio da Confindustria…
F. È esattamente anche il mio pensiero…Beh direi che adesso un goccio di limonata ce lo possiamo bere e poi vado a casa che mia moglie ha già chiamato tre volte…

