GIORNO PER GIORNO
Salario minimo e di cittadinanza, inutile dibattito sul nulla
La politica italiana spesso discute e litiga accanitamente del nulla. Come sta accadendo al Governo, che vorrebbe fissare per legge il “salario minimo” e alla improbabile compagnia di giro che propone e pretende un ancor più improbabile “reddito minimo di cittadinanza”. Entrambe le cose, pur diverse tra loro, aggiungono nuovi problemi a quelli che non risolvono.
Il salario minimo di legge è un corpo estraneo che priverebbe di fatto molti lavoratori delle tutele della contrattazione collettiva e,per di più, nemmeno va d’accordo con l’art. 36 della Costituzione. Il reddito di cittadinanza è una specie di “oggetto misterioso”, soprattutto per i proponenti, più o meno concordi solo nel fissarne l’ammontare attorno ai 780 euro mensili. Di qui in avanti la confusione sotto il cielo del reddito di cittadinanza diventa sempre più grande. Nessuno sa dove trovare i 17, forse 23 o ancor più, miliardi necessari ogni anno a finanziarlo, ma tutti li cercano nei modi più fantasiosi e nei luoghi più impraticabili.
E non è finita: questi 780 euro “di cittadinanza” dovrebbero essere erogati ai disoccupati in sostituzione degli attuali ammortizzatori sociali, a condizione che il “cittadino disoccupato” non rifiuti due o tre offerte “congrue” di lavoro, mentre le retribuzioni inferiori a 780 euro mensili dovrebbero essere integrate fino a concorrenza di questa somma. Di questi tempi, però, trovare un posto di lavoro, anche non proprio “congruo”, è a dir poco difficile, gli attuali ammortizzatori sociali non durano all’infinito e, vigente il jobs act, dureranno ancor meno.
Tuttavia, nessuno dice se il reddito “sostitutivo” di cittadinanza verrà erogato anche a chi, una volta esauriti gli ammortizzatori sociali, fosse ancora disoccupato. Così come nessuno ci spiega chi mai sarebbe disposto a lavorare per un salario minimo, difficilmente al di sopra di 1.000 euro lordi al mese, se potesse averne 780 netti senza fare niente. Per ora il pasticcio “salario minimo/reddito di cittadinanza” è costato all’Italia soltanto perdita di tempo e parole al vento. Meglio finirla qui e limitare i danni, finché sono soltanto virtuali.
Meglio, molto meglio smetterla di gingillarsi col salario minimo solo perché suona bene su un tweet e lasciare che la contrattazione collettiva continui ad assicurare a ogni lavoratore la sua retribuzione “equa e sufficiente”, come ha egregiamente fatto da sessant’anni a questa parte. Meglio, ancor meglio smetterla di far delle comiche sul reddito di cittadinanza e affidare alle parti sociali e alla bilateralità la gestione delle misure di sostegno ai redditi dei “cittadini-lavoratori”.


